ELIA EDI Community Meeting 2026
L’incontro ha riunito docenti, ricercatori, artisti e studenti provenienti da numerose istituzioni internazionali attive nel campo dell’educazione artistica, con l’obiettivo di riflettere sul tema dell’accountability come pratica culturale e sulle trasformazioni in atto nelle pratiche pedagogiche delle arti in relazione alle questioni di equità, diversità e inclusione.

Accountability as Cultural Practice - Barcellona
Dall’11 al 13 marzo 2026 i docenti Patrizia Dal Maso, Salvatore Manzi e Patrizia Staffiero hanno partecipato al ELIA EDI Community Meeting 2026 – Accountability as Cultural Practice, ospitato presso la Escola Superior de Música de Catalunya (ESMUC) a Barcellona. L’incontro ha riunito docenti, ricercatori, artisti e studenti provenienti da numerose istituzioni internazionali attive nel campo dell’educazione artistica, con l’obiettivo di riflettere sul tema dell’accountability come pratica culturale e sulle trasformazioni in atto nelle pratiche pedagogiche delle arti in relazione alle questioni di equità, diversità e inclusione.
L’apertura ufficiale dell’incontro è stata accompagnata da un momento musicale di grande intensità artistica: una performance guidata dal musicista e performer Didier Likeng, realizzata insieme a studenti dell’Escola Superior de Música de Catalunya e al Trio Jazz dell’istituto. L’esecuzione ha rappresentato un momento di accoglienza particolarmente coinvolgente per i partecipanti, contribuendo fin dall’inizio a creare un clima di condivisione e apertura. L’intervento musicale, caratterizzato da una forte componente improvvisativa e da una grande energia espressiva, è stato accolto con grande entusiasmo dal pubblico e ha sottolineato il valore della musica come spazio di incontro tra culture, linguaggi e sensibilità diverse.
Il meeting ha proposto una riflessione approfondita sul rapporto tra formazione artistica, contesto sociale e responsabilità istituzionale. Nel corso dei tre giorni il programma ha alternato sessioni plenarie, workshop partecipativi, presentazioni di ricerca, momenti performativi e attività informali di scambio. Ciò che ha caratterizzato maggiormente l’esperienza è stata la dimensione fortemente interattiva e relazionale dei lavori: molte sessioni non si sono limitate a presentazioni frontali, ma hanno coinvolto attivamente i partecipanti attraverso esercizi, dialoghi e pratiche artistiche condivise.
L’incontro si è aperto con un intervento di Susana Arias, responsabile della mediazione culturale presso il Centre de Cultura Contemporània de Barcelona, che nel suo intervento A Community of Voices ha sottolineato l’importanza di riconoscere e valorizzare la pluralità delle prospettive culturali all’interno delle istituzioni artistiche. Riprendendo il concetto della “single story”, associato al lavoro della scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie, Arias ha evidenziato come il rischio principale non sia tanto l’esistenza di una narrazione dominante, quanto piuttosto la sua incompletezza. Da questa prospettiva, le istituzioni educative sono chiamate a interrogarsi su quali voci vengano ascoltate, quali esperienze restino invisibili e in che modo sia possibile costruire contesti più aperti alla diversità.
Fin dalle prime sessioni è emerso con chiarezza uno dei temi centrali dell’intero meeting: il rapporto tra potere, responsabilità e processi educativi nelle arti. Molti interventi hanno sottolineato come le istituzioni accademiche non siano spazi neutrali, ma contesti attraversati da dinamiche di potere che influenzano le modalità di insegnamento, di valutazione e di partecipazione degli studenti. L’intervento di Nico Pérez Carbonell ha proposto una riflessione sulla leadership nei cori attraverso una prospettiva queer. Partendo dall’esperienza del coro trans di Barcellona, il relatore ha mostrato come il lavoro corale possa diventare uno spazio di sperimentazione per modelli di organizzazione più orizzontali, nei quali la distribuzione delle voci, la gestione delle prove e le dinamiche decisionali vengono ripensate in modo collettivo. I partecipanti sono stati inoltre coinvolti in un esperimento vocale collettivo diretto dallo stesso Nico Pérez Carbonell, che ha permesso di sperimentare concretamente modalità collaborative di creazione musicale.
Gran parte delle attività si è svolta sotto forma di breakout sessions e workshop, che hanno costituito il cuore dell’esperienza formativa. Molti workshop hanno affrontato il tema dell’accountability, intesa non soltanto come responsabilità amministrativa ma come pratica relazionale e quotidiana tra studenti, docenti e istituzioni. In diverse sessioni i partecipanti sono stati invitati a sperimentare queste dinamiche attraverso pratiche corporee, improvvisazioni e dialoghi guidati, riflettendo su come il potere si manifesti nelle interazioni quotidiane all’interno delle scuole d’arte.
In apertura della seconda giornata, ad esempio, i partecipanti sono stati accolti da una performance degli studenti Marc Uroz (piano) e Rodrigo Lepe (voce), anch’essi dell’ESMUC, che hanno offerto un ulteriore momento artistico di grande suggestione. Le performance musicali e vocali, in particolare, hanno riscosso un alto grado di gradimento tra i partecipanti, favorendo un clima di partecipazione e dialogo coerente con lo spirito dell’iniziativa. Particolarmente interessante è stato il lavoro presentato da Julia Espinet Alegre, che ha condiviso una ricerca sulle esperienze delle famiglie migranti coinvolte in attività artistiche extrascolastiche a Barcellona. Attraverso interviste e la composizione di ninne nanne ispirate alle storie raccolte, il progetto ha messo in luce il potenziale delle pratiche artistiche nel creare connessioni emotive e sociali, evidenziando al tempo stesso le difficoltà strutturali che molte famiglie incontrano nell’accesso alle attività culturali.
Un altro filone di discussione molto presente è stato quello della decolonizzazione dei curricula artistici. In questo ambito, la sessione presentata da Habiba Wael e Zeina Mohamed Ibrahim ha proposto una riflessione critica sul predominio delle prospettive occidentali nei programmi di studio delle arti, suggerendo strategie per integrare nei curricula storie, pratiche e riferimenti provenienti da diverse tradizioni culturali.
Accanto alle presentazioni di ricerca, numerosi workshop hanno utilizzato metodologie pedagogiche sperimentali, come il role-playing, la narrazione autobiografica, le pratiche performative e la creazione artistica collettiva. Questi approcci hanno permesso ai partecipanti di vivere in prima persona processi di apprendimento basati sulla collaborazione, sull’ascolto reciproco e sulla condivisione delle esperienze.
Un ulteriore aspetto, a nostro avviso particolarmente significativo, è stato lo spazio dedicato agli scambi informali e al dialogo tra i partecipanti. Le pause e i momenti conviviali hanno rappresentato occasioni importanti per approfondire le discussioni emerse durante le sessioni e per entrare in contatto con colleghi provenienti da contesti istituzionali e geografici diversi. Tra le attività collaterali organizzate durante i tre giorni segnaliamo la visita guidata alla Sagrada Família, che ha contribuito a rafforzare il senso di comunità tra i partecipanti e a creare ulteriori occasioni di confronto informale.
Un momento particolarmente significativo del meeting è stato inoltre il workshop–performance guidato da Tereza Reichová, docente presso la Academy of Performing Arts in Prague, insieme alla studentessa filmmaker Sarah Lomenová. La sessione, intitolata The Field We Share: Playing with Creative Blocks, ha proposto un approccio fortemente esperienziale al tema della collaborazione tra insegnanti e studenti nei processi creativi.
Partendo da un caso studio legato al progetto Building Directorial Conditioning, le relatrici hanno presentato alcune strategie sviluppate nel contesto della formazione cinematografica per affrontare i blocchi creativi non come ostacoli individuali, ma come momenti condivisi di ricerca e sperimentazione. La sessione ha alternato momenti di riflessione teorica a pratiche partecipative che hanno coinvolto direttamente il gruppo, tra cui esercizi di movimento a coppie, disegno collettivo e attività ispirate al Theatre of the Oppressed.
La dimensione performativa e partecipativa della sessione ha reso evidente come il processo educativo possa trasformarsi in uno spazio di co-creazione, nel quale studenti e docenti condividono responsabilità, vulnerabilità e ricerca artistica. In questo contesto, la performance guidata da Reichová ha mostrato come pratiche corporee, improvvisazione e ascolto reciproco possano contribuire a costruire un ambiente di apprendimento più aperto, in cui il superamento dei blocchi creativi diventa un’esperienza collettiva piuttosto che una difficoltà individuale.
I lavori si sono conclusi con l’esecuzione del brano Music for Pieces of Wood (1973) del compositore minimalista Steve Reich, interpretato da studenti dell’ESMUC. Il brano, costruito su pattern ritmici ripetitivi che si sviluppano progressivamente, ha rappresentato una metafora efficace dello spirito dell’incontro: attraverso elementi semplici e condivisi è possibile costruire strutture complesse basate sull’ascolto reciproco e sulla collaborazione.
Nel complesso, la partecipazione al meeting è stata un’esperienza particolarmente intensa e stimolante e ha offerto l’opportunità di confrontarsi con approcci educativi innovativi e con prospettive culturali diverse, evidenziando come le arti possano costituire uno spazio privilegiato per sviluppare pratiche educative più inclusive, critiche e aperte alla pluralità delle esperienze.
Prof.ssa Patrizia Dal Maso
Prof. Salvatore Manzi
Prof.ssa Patrizia Staffiero





















